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con annotazioni, da note a notte

marzo 18th, 2012 § 3 comments § permalink


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Poi nelle cancellazioni saremmo tornati soli
ma adesso
i fili di baci sono all’inizio, in punta di bosco
ma non durano a lungo, tuttavia ci appartengono
e come carboncino
ne basta uno.
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[quello che ora voglio
perciò rovescio il collo con tutte le piume
è di posare la mia percussione.
Solo allora il mio orecchino di rame
lascia la madre, risponde, smette di tintinnare]
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*
[teniamola la poesia, nessuno ci obbliga
in luogo di musica a non essere sorda
e comunque più in là è solitaria
o peggio, senza mare alcuno, dice io]
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*
ma gli amici quanto ti fanno aderire
nel locale le voci per rimanere sole
dovrebbero oltrepassare, non me e te
o ciò che di più caro ci appartiene
ma questa maternità da congiunzione
che figlia in morendo e sorride.
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*
aspetta, ci allontaniamo
in modo differente
dentro la prima immagine
continua ciò che accade.
Non è il tratto così pulviscolare
ad essere crudele, né azione
né quiete da non appartenere
L’uno all’altro, prima del ricordo
del modo concentrico di essere nel gesto
un bacio sul pianerottolo
ci rovescia nel tuffo, ci siamo detti per sempre
all’inizio.
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*
Ti raggiungo e senza più meta
anche la città lattiginosa sale le scale
con un fiore di sole levato dalla palude
Cosa ci preme, abbandonate le fughe
ora che le nostre canoe sono sulla riva
e il tempo palesa una cruna
per i fili sospesi, di colpo intrecciati.
Di noi intorno alle siepi, chi poi si scioglie per primo
torna a distinguere la propria concezione del mondo
la mano
non importa abbia generato una causa
per pura sofferenza. A toccarci basta una foglia
che trema già in poca aria.
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*
[perché tornati infranti
dentro i mondi che ci somigliano
sobbalziamo ad ogni minimo specchio
dell'antico cuore. C'è una soglia natale
che ci socchiude e un cordone
raddoppiato da serbare. Ora
non confondere le cime
quelle puntano senza dolore e grande è
mentre si sale]
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*
[incontro nelle letture
un pagina più corposa irregolare.
Tocca, citando Canetti, de «il modesto compito dello scrittore [...]»
Penso a quante fibre il corpo trami in modo regale.
Il superbo dell’amore o che scrive]
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per domani

marzo 7th, 2012 § 7 comments § permalink

Julie Heffernan Self Portrait as Tap Rootpart

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presto un bacio che presto lo ricambi
e intorno ai monti imparo le propaggini
il vento e scriverti da un piccolo crinale
mi fa vedere il mare, più in grande notti estive.
Più grandi anche le parole, qualcuna
non ancora pronunciata, per tenebra
ancora più taciuta, e talvolta così divisa
nelle parole scruto come se avessi perso qualcosa.
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*
perché il bacio non basta al bacio
neppure così premuto o romanticamente custodito
Più spesso è cieco, né è possibile stargli dietro
quando nel respiro e nello sfavillio uno
e non per sé apre la bocca
per altra lingua la tiene aperta
punta sul vivo, la corda d’aria, prima che cumula.
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*
[  ho in mente la spina non le rose
come il segno nella frase
la interrompe. Tutto scorre e ben tagliente.
Ho in mente il sangue che se non esce punge  ]
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Perché poi nelle venature le parole continuano a germinare
nello sforzo del traboccamento e della dispersione.
Qualcuna si ritrae o non sopravvive senza felicità terrene
Ciò che ne consegue, nelle lettere d’amore
[che talvolta scrivo, nel modo fine fine di affettare le cipolle]
è che non sono morbide, rimangono divise
io stessa alla radice
tengo distante la piena delle rose.
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ma (un po’ in fabula) continua

febbraio 16th, 2012 § 4 comments § permalink


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Uno sul traliccio del vissuto
nel buio che potrebbe già cadendo
avrà girato come un falco abissale
avrà, preso per fame, e poi abbagliato dalla neve
in picchiata di pensiero: terra, salvo luogo.
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*
ma attraversare il sogno, poi ti sveglia
e nella lunga terra, davanti, ansiosa
nella terra dove poi si posa la prima pietra
tolta, come il pane, dalla bocca
ogni stella appena sorta, poi riflessa
edificante il rosone delle mani.
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*
ma osservare il padre con la cecità della neve
che rende i fili impassibili alle mani, uccellini
per contatto impigliati. Appaiono edifici, grandi fuochi
portati dai cacciatori musicali, e quali nodi
per tendere le reti, da bambini
si impara a lasciare le briciole sui davanzali
per attirare i becchi con i bagliori.
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*
Ma poi il cappotto copre o denuda
sotto non c’è calamita né piuma
ma la pelle già che rischiara
lungo la strada l’andare frontale
la melodia della neve.
Altro subentra al cuore
le montagne con le visiere
di amido fin dalla nascita
e l’analogia con le spighe
il bianco come l’oro del seme
che abbaglia, fa smettere di respirare.
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manus in fabula su Clepsydra

gennaio 18th, 2012 § 3 comments § permalink

Grazie di cuore Anila!

e grazie di cuore Narda

QUI

mani rese

gennaio 10th, 2012 § 6 comments § permalink


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Quanto andare per tensioni
mani nella sferza delle molle
e dove ti pensi, quanto più tirato, inafferrabile
arriva lo spezzarsi degli anelli
nervi come cinghie slabbrate di satelliti.

*
ogni tanto la morte mi coglie in mille faccende
al più sopraggiunge, prendendomi di fronte.
Di prodigioso nessun segnale d'allarme
vicino all'argine continuo a piegare le calze
o cose del genere. Però le dita rimangono morbide
non tocco, né sposto il cadavere.

*
è che nessun raggio mi corre
passa le bende, tira le mani.
Non ci sono interruttori
e i pianeti prigionieri arrivano
in ritardo dal passato
come un suono di grammofono
come un bacio
che ti riporta dolce nel vano.

*
le mani atterrano per prime
e dopo che cadute, continuano a salire
(in alto un cielo minore che pesi poco come la neve)
ad un certo punto della creazione
fatte non per splendore, ma per posarsi  ovunque
api di polvere in polvere. Beato polline.

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auguri insieme

dicembre 29th, 2011 § 6 comments § permalink

dove come perché

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*
dentro la storia si afferra una piccola zolla
che dopo avere viaggiato e a lungo sentito
non poteva bastare. Ali abbandonate sulle sedie
cautamente quotidiane, fremono ancora prove
e a seguire
vento che non sa dove squarcerà lo spazio
non ancora stretto.
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*
E come sarebbe anni dopo il padre
siede con il figlio nell’incavo
del piccolo centro, non trovando odore.
Temporale è il sole e rientra nell’origine.
Non c’è falso d’immagine sulla panchina
perché terrena la madre diventa grande
e ogni morte imitante ne stringe una
l’uno sull’altro, l’onda la riva
c’è qualche riparo all’insidia
la terra salvata per mano per strada.
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*
E come sarebbe l’architettura di un uomo:
al luminoso perché ognuno appartiene
ad un vento intensivo, non a un piano regolatore.
È autunno, spira da ovest, con tutto il suo guanciale
vita e morte insieme si soffocano di premure
e in questa illustrazione ogni permanenza in fiore
nel petto le strettoie dove le radici pescano e creano disturbo
udite udite il dubbio: il perché di un mondo curvo.
Come da tanto spirito.
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appena di neve

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Da un lato l’ala sepolta è il primo indizio
per chi con la lampada cerca sotto il chiarore
la mano dalla ferita inguaribile è appena sopra la neve

l’altra che è più reale segue il dolore.
Invecchia con il bambino che ne raccoglie le piume
e le conserva nel libro.

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*
di più, ti è chiara la neve
che imbeve il fogliame dei tetti
a lungo in preda a noi stessi
per non spezzare la casa
E sotto la franca distesa
non già compagnia nebulosa
dei cari superstiti
ma il vestimento di oggetti
tramandanti vivi, presi in ostaggio
terreni.
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*
poi sull’altro versante i bambini turbinosi
sbucano dai cappelli, scivolando di neve
coi sacchi per l’immondizia
questa la fanciullezza inamidata dal ghiaccio.
Dentro il calore scomparso il fuoco è possibile
inaugurato da un semplice soffio di un astro
di un polmone che rosso, quando è piccolo
tieni avanti la sciarpa o la mano per non perderlo.

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su neobar il post con pdf di tutti gli Auguri scomodi

su viadellebelledonne il pdf Albero del futuro con tutti i rami poesie

I nostri baci animali semplici

dicembre 16th, 2011 § 7 comments § permalink


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Un piccolo regalo mi dici. Non mi ubbidisci. Dovrò riempirti di baci.
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*
Mi resta accanto, mi tocca dentro senza la vastità di farlo
nel giorno d’inverno viene per primo tutto ciò che è freddo
ma fuori, aggiungo, se fosse un boccio
le radici sarebbero al coperto, come il particolare
del corpo amato sul letto, il potere di stringerlo
con tutto il bianco e la vanità del caldo.
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*
anche il tuo bacio mi preme e le labbra
in rara compressione dicono il mare
ceduto dalle scogliere e tornato alla fine.
Mi può giungere, è il tuo fragore
induce il tempo a diverse aporie
bianco, poi calmo di ninfee.
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*
l’uno all’altro
afferrati nella felicità corrente
allora è vero: nelle mani non c’è più sangue
sono immerse nelle forme e colgono ogni fremito
caduto in mare.
Diversamente che ci appartiene
l’impero di una semplice goccia senza lune
dispersa, che non hai saputo attraversare
troppe distanze, invero sprigionate immense.
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*
non c’è ritmo che possa contenere
lo sproloquio punteggiato del nostro piacere
la furiosa altezza della mia gamba alzata
il suo comporre nativo l’elemento musicale
Perché ha un nome e ci tiene assieme
ma ci conosce ancora poco e il bel sentire
non mette le parole fra le cose semplici.
I baci arcaici quelli sì sono pulci
pungono il corpo e lo rendono sfrenato
.
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*
dentro il tuo bacio si sogna
immersi di fronte al diorama
stregati per questo
la lingua gira il sangue fresco
ripetendo il meglio come un pappagallo.
Anche la notte è un globulo
legato al sole cardiaco.
Non è detto sempre solo intenso
e che tutti i baci giunti vi si addensino
.
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*
che le nostre labbra ci catapultino in ogni angolo riposto
come se già non fossimo anche qui dilaniati.
Solo che a stare felici non si dilaga come topi
si rende il luogo piovano e con delicatezza il bacio
affonda nell’intimo regno.
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ridotte insieme ad altre

novembre 16th, 2011 § 5 comments § permalink

altre ridotte (di poco notturne)

ottobre 23rd, 2011 § 6 comments § permalink

Rembrandt  filosofo in meditazione


 

                             [Introduzione]

nel dormiveglia, prima del sonno della stanza
la zona d'ombra nei colori della palpebra
e poi in sequenza tutto ciò che fluttua vegeta
un pezzo di lingua, l'esistenza larga
dopo una curva, l'inerzia della vampa
i margini del sonno che non garantiscono nulla
agganciano la notte come cuffia. In circolo
anche la propria storia, liquida, contrasta
e sotto la tunica del cielo nessuna stella pizzica.
Ma l'estraneità è una bestia che con due fili d'occhi
fulmini, o ti attraversa (non fare quella faccia).
Per il rumore dei camion anche la poesia è scomposta
:

A.

Tondi dove la notte avvolgi
del nulla e diventi un cammeo
issato sul luogo, un vessillo che ognuno
può agitare nel sonno. Più tardi il risveglio
il prendere posto all'appello, quando
la realtà offre i suoi spicchi d'arancia
tenuti d'aria, senza nessuna pazienza.

A.

i globi oculari dai quali salpano uccelli
immersi nel sonno, tornando
il ramo del ciglio o l'ulivo
che adesso appare curvato.
Qualcosa è accaduto e tintinna nel becco.
Come lo sguardo apre il colore
le palpebre rubano tele
e dietro il bianco la pupilla ripassa
col suo ago di bussola
puntato, da torcia.

A.

Appena urtata la carta si inabissa
e il rapido scuro comincia a scorrere.
Le mani chiuse non tengono il mare
attaccate al bene neanche a volerlo
semmai cospargono il foglio
o nel bagliore del polso lo riportano su
bianco come il ghiaccio. Sprofonda di getto
altro fermare, ma le lettere chiare
e il suono non preso, non voce che il moto.

A.

Cresciuto giorno per giorno
dal seme fulmineo, da quel minimo sonno
ha aperto all'oggetto. C'è un certo tipo di orecchio
fin che la voce interiore fa un torto. Chi sei
al mondo nel mucchio, che trovino un ritornello!
E poi nel foglio più pallido, per tutto l'intelletto
dritto un abisso, puntualmente un sondino nel petto.

A.

è l'incontro che appare
già accaduto, un cielo
ma diviso, sopra e sotto
e il sole nel suo flutto
sul registro
cerca le guance delle pietre
poi promette
di non finire nelle strette
dove il cervello rimane per poco
soffice, odoroso.

A.

rose come corde tese
multispine al celestiale
appassimento. Non bordo
che reciso a stento
slabbra ansioso
ma polmone chiuso
che con due torsioni
riempie di sangue il collo.

A.

tanti saluti.
Le labbra frasi che non riescono a staccare
la città virale quartiere su quartiere.
Febbre delle solite tossine, la lingua facile
e l'infilar che soffre, sicuro proiettile.

ridotte amorose

settembre 29th, 2011 § 10 comments § permalink

De Staël senza titolo (per Renè Char)

A.

Questa sera che la prossima bellezza ammira
mentre riannoda le tue alle mie braccia
questa sera non ancora esausta, a nulla priva
più della gioia o dell’insonnia di una stella
(il nostro bacio la cupola dove attirarla)
questa sera che spoglia l'uomo nella donna e viceversa
quando poi si desta, scoprendo che le braccia
hanno una taglia piccola, ma sono due gocce d'acqua
ancora trasparenti .

A.

Spazio di noi, ingenuo. Emergiamo al mattino
con la testa enorme, spiccata sul muro
la lancia di luce, quasi sollievo, pronta allo scatto.
L'odore di sesso morbido come un ramo di salice.
Da qualche parte si scava il centro dell'iride
e nell'alleanza riconoscibile questi siamo tu-io
che il denominatore apra gli occhi al cielo.
Il nulla è anche un rilievo, se sezionato esclude
se non c'è manca o troppe tele credendo a noi
stringono il cuore.

A.

Tu dall'inizio
che hai amato in petto
il fuoco arso
ma non quando è fisso vaghi nel mare
né allora le angosce
suonano il pianoforte delle vie
oppure
i giocattoli di neve sono posati
accanto ai vestiti.
Dal treno rivedo i luoghi infuocati
noi che bruciamo
e il cielo che se ne esce
candido come un bambino.

A.

un solo foglio e la tua voce illuminata ha la canzone
di quale profumo, sapendo di morire, depone il sale.
Aspettami nel luogo di origine – oh alla fine -
al biancore si potrebbe, le mie labbra curve
cinte le tue.

ridotte 3

settembre 8th, 2011 § 8 comments § permalink

"Adamo dà nome agli animali" (bestiario di Aberdeen)

A.

di nuovo non resta che scrivere
mescolando la ridda in fatto di nuvole
perché ciò che trapela al bambino scrittura
dal cielo del ventre, rosso come da sotto la ruggine
cerca parole carezze, sottratte, di non lentissime.

A.

per l'assoluto tendini finissimi nei margini
scattando come insetti sull'asola dei gesti
andar per fiore

e come ci appartiene ogni più piccolo legame:
il corpo di moltitudine serale e l'ombra una cinghia
veggente che si allunga, non tanto di catena sciolta.

A.

pura fantasia per trauma
un colpo e la specie prediletta
casca al sommo della frutta
natura morta che la tecnica non spiega
ma impressiona e immortalando impara.

A.

sbava sbava
la lumaca della scrittura
allineandosi per margini
e fili serici
la grafia dei tetti separa alati
e versi propri gridano a casa
finita l'era di bocca in bocca
ora sta stretta.

A.

Arrivo, nella pioggia non mi separo
la paura del tuono avvolta al bambino
che percorre il sentiero col flauto
e giù l'acqua suonando

nel grembo sono libera di andare e venire
per memorie e colore, se serve, sanguinare.
Forse la via più breve, che non sopporta il sole
il pallido baco da seta delle poesie.

A.

fin dove il tetto allunga alla rondine
il becchime delle piogge profonde
come tu stessa hai gridato
all'apparire del vuoto ogni fatto si è disciolto
e la mano in bilico
non trova più il gesto, né il compromesso
l'orrido intatto.

A.

ecco la portata della luce estiva
sotto di essa vibra il ticchettio dei topi
legato a quello dei poeti da trappole e buchi
più notturni suonati fra felci di strade

Ripetere ciò che afferra parole
quando il silenzio delle schiere
bianche e prigioniere invade
girando la chiave a seconda del lume

continuare a squittire.

A.

intorno la voce sottratta al pari di una lucciola
che la mano insegue prima della morsa.
Ma lascia perdere la forza e il cavo delle dita
così che luminosa e insegui e non sei cieca.

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ridotte per altre lettere da mare

agosto 19th, 2011 § 6 comments § permalink

Denis Le barche gialle

 

A.

Pochi metri ed è un foglio marino
per l'esistenza di Dio che contempla il degrado
e batte il tamburo dell'acqua
mentre la tonalità invecchia e la faccia
dalla nuvola di cipria è senza uscita
ma un colpo di luna alla nuca gira la pagina non si riposa
l'inquieta buca non svuota il mare, né lo fa il secchiello delle poesie.

A.

Ecco, mettendosi a fuoco in un calco di cera
la bambina non si separa. Rimane rotonda
portata notturna e in caduca figlia
si mette a giocare con tutta la sabbia.
Scava pensando di sbucare dietro il mare
ma il buco bifronte forma le montagne.
Più simile la parola al traghettatore
cerca le gemelle di terra, la bocca madre.

A.

la sabbia appena giunta instaura
i vasi che contengono gli arti
soggetti a più parti nell'attesa del sole
Nessuna stella calma tanta fame
nessuna sottrae tanta acqua
che poi abbatte in un tronco di pioggia.
Per questo la luce sviluppa ogni foggia
(foglia o corteccia).  Sconvolta grazia
l'albume di un''ombra che dà sulle spalle
è un' ala di terra, lascia le mani libere .  

A.

un vento che sospinge e l'estate di costole
porta alla luce.  Non c'è cicatrice che
non usi oro colato vivo
per giacere fonda come una mandorla.
Un piccolo scudo che ancora sanguina
e si risveglia radente la sabbia.
Ci si lascia il ferito come sull'erba
gli occhi coperti di acqua
Ognuno la piccola tazza 
         nel colmo fiabesca
Il buio non ha  una tale zona protetta
       tu che hai sulla carta.

A.

tripudi di una goccia, salire nella stretta
di uno schizzo in alto. salire per prenderlo
mentre  ride dell'annuncio che le acque
vengono nell'eternità per spargimento
e già nel profondo hanno il linguaggio
delle fauci che emergono spaccando
il frutto.   Venne proibito
ma il segno è tratto, nudo osso che parla
della sua polpa chiave o funeraria
mangia che ti si mangia storia.

A.

un cielo a strascico per la specie crescente
infatuata del bramito di onde, ancora più
da tavole bianche che una volta scolpite
non cambiano la propria natura di pietre.
Ma le onde diventano asce, furiose
senza guida nei boschi. Per mettere a fuoco
le parole dei corpi: ettari e movimenti marini
di alberi, il sangue dei paesi freddi o caldi
brutale sulla bilancia dei poli.

A.

due vengono con il piccolo piombo dell'ombra accanto.
Scambiano il mare sceso dalla nube con l'eterno amore
che colma le stature

se un solo tremore
la fossa del piede è meno profonda, più incline
a perdersi nella sabbia, a lasciarsi andare.

A.

ma un addobbo scuro di mare
fa presentire il naufragio.
Il due usato per la bellezza
allenta le braccia chiamate che ora
aperta la guaina della creatura
esce la voce madrina.
Che avvenga fa male
non esistono innocenti parole
ma scabre campate di onde
in cielo come di palme.

A.

ma ondate di sacro colore
il vento esplode.
Lasciate ogni pennello.
L' occhio in cambio
apre e chiude
ha squame lame
la fiocina delle pupille
sulle cornee balene.

baci a mangiarsi e fiumi a vicoli reali indoratori

luglio 21st, 2011 § 8 comments § permalink

Louis-Jean-François Lagrenée  Marte e Venere

 

È notte e tutto pienamente riunito
non medita il peso che altrimenti distoglie.
Ti porto nella camera d’alghe scavata nel mare
immersi teniamo la chiave
perché trabocca dai fiume solo ciò che divide
ma diviso e dopo, non più riparato
sulla cima di onde quel cieco.
 
 
 
*

Le case in onde strette
a ridarci lo spazio di una notte
proporzioni e peso * –  Con noi un bacio
non ancora sprofondato ma fioccoso.
Lo udiamo, accade marino, poi prende la costa
prepara il nodo.  Chi si ama piano, attratto
non può scappare. Ripete.  Già spiegato dalla nube
per ora non stride.
 
 
 
*
nella conchiglia il desiderio cocente
di continuare il mare, proprio come nelle fiale
il principio sopravvive, agitato
porta a compimento il fiume
la nota più accostata, acutamente
che medita e profonda sulla carne
 
 
 
*
la colomba la notturna
so che l’acqua si dischiude e sul guanciale
anche oggi trasparente va a morire.
Ma anche se breve e senza colore
anche se cade bianca di neve
                                                       anche
se fugge
osserva le bocche: sulle nuvole, non sono sparse
portano lampi, infiggono.
 
 

 
*
i nostri cigli di soli alberi
dove arrampicano visioni cocenti
più tardi la calma piatta dei sensi
il mare che si ritira dagli alluci.
 
 
*

 
la terra fin dall'attaccatura della nuvola
sull'orlo fossile che raccoglie il mare.
Dentro il sole e vivaddio il creato
quello che dopo
mi allunghi da un tempo sovraccarico.
Se usassimo un coltello, la camera
verrebbe via col frutto e lontano dal rimosso
polpa su polpa, la forza di cambiare lingua
inquieta d’attimo come la sabbia
 

 
*
Ancora, ancora nel vapore le carezze agitano il fiume
per il ritorno dove ci si perde, dove
fra il mare e le isole
lisciando sulle mani i raggi del sole
le senti sicure, prese dall'albume.
 
 

* citazione da “Mangiare da Re.  Piatti nuovi per la nostra fame…”

ridotte per singole lettere

giugno 28th, 2011 § 7 comments § permalink


Gainsborough Margaret and Mary

A.
inizio dalla prima lettera
che non avvenga una solida rincorsa
della luce mentre scrivo.
Mi appoggio a un po' di buio
immagino come sempre le parole
con le loro fronde, scure per piccole foglie
il lavorio privato del chiaro
piccato dal segno.

A.
fra picchetti di rocce ho conosciuto un cielo
che non lascia spazio. Infatti il piede e solo uno
l'altro vignaiolo per il mantenimento del terreno
almeno a norma, a detta erba.

A.
L’equilibrio prossimo è stellato
questo ha senso e un esordio di custodia
che non grida, non divora
prende il cielo poi inclinato
nella terra, fin che a raffica somiglia.
Quanto incaglia, scivola profugo.

A.
racconto un sogno
il fiore bianco senza freddo e il bambino
nel tepore salino, non il tedio
rampicante sulla mano. Entrare con le dita
invano. Ti ho dato tutto grida il bambino
cresciuto nel solco di un assoluto residuo.
Proprio l'ignoto afferra per velo, il resto celato
come un amante nell'armadio.

A.
scrivo per essere vista?
Che assurda fretta, fornire la mappa
o la scala di ogni più piccola lettera
il tesoro che cambia se tolto dal ritmo
come un sogno, mortale da sveglio.

A.
la carta nuziale davanti alla mano in abito talare
dice sì, ma non per sempre. Tuttalpiù sul genere:
dalle clessidre, al fiocco di neve
la base è un granello o un piccolo cristallo.
La frase con lo stesso meccanismo
affina un canto minimo e si scioglie

A.
ma qui il distolto è presto da scrivere
e si arruolano lettere per girare scortati.
Quanto alla sbarra della luna crescente
vigila aree senza protezione
scalando ossa di poesie
diversamente si può arrivare

A.
dall'altra lettera scrivo a braccio
debolmente poco, e quel poco finito.
Ti ho detto un bacio e il resto spalancato
tuttavia chiuso con il click come un fermaglio
Tutto va verso un sigillo, la mano per tronco
ha voglia di lasciare.

A.
lettere piccole bambine
la mano comincia a sporgere
con il tono enfatico di una torre
Basta non scrivere ebete in un fondo di nuvole
la cantilena delle voragini che balza fra i denti
massimamente nei limiti.

A.
nove lettere più tardi sono al punto di partenza
la pagina pallida, rimasta sulla soglia
continua a fissare il candeliere delle parole
che con poche vampe scioglie le dita alterne
eseguite alle corde.

crampi

giugno 18th, 2011 § 8 comments § permalink

Villa Medici Stanza degli elementi

*
prima scrittura l'uomo sente che prova
la gabbia atterrita seppure dorata
da un nido di luce. Nessun ala capace
di tenere il tempo troppo a lungo.
Un giorno una riga si fa lampo e somiglia al nervo
prima che i tremiti zampillino e le immagini cedano
la sostanza glabra, a far da limo, fauna o flora.

*
un temporale ancora
molto prima echeggiante
dentro le cortecce del cielo
scorticato quel tanto di vivo
che non sai dove il pezzo affondi
mio – tuo elettrizza in tessuto i capelli
e più notturni i lampi e freddi
invasano gigli di pietra con la lama
la voce bianca che al colmo deriva.

*
ti spinge, vale la pena
posare il piede avanti come un nome
quando deponi la sua chiave
non si sottrae alle figure

sulla carta

nasce un amore per le voci riparate
che di tanto in tanto si mostrano taciute
e a riprova di una luce, un tratto
dove germoglia il ciottolo sillabico.

*
un lampo fra mille temporali
che allagano i confini del crepuscolo
in cambio il fresco e una farfalla di voce sulla strada
la grande parola come fiore levitante
allo stesso modo di isole che dentro le acque
gemellano gli scogli. Onora i bordi
ma più silenzi la bocca piena di lapilli
per cui andare innati e pazzi.

pluviali ovvero erbari che doppi, plastici

giugno 2nd, 2011 § 7 comments § permalink

Klimt il parco

la pioggia lentamente sull'incudine e la cenere
rimasta nelle unghie, quanto stretta dalle forge
corrisponde il crepitio piegato in due
Diventarlo per le vie che si sentono battute
passate in un lobo di vetro e asfalto
all'assurdo di ritenerlo adulto
quando bambino era pieno di bosco
e senza paletto il corpo, né pretesa
di essere conficcato.

*
il padre e la madre, prima di partire
caricano le ceste di parole
e tu diviso equanime nei boschi
leghi i tuoi zoccoli.
Più tardi ancora i morti
parlano le lingue dei morenti
e i nomi ai cerchi
vuol dire nutriti
tumuli di alberi ritmati

*
altrimenti gusci
                   d'ambiente immersi
nelle sceneggiate dei prati
sempre più equidistanti e vuoti
magari piogge variano i cicli
e rettilinee discendono
lavano la mano che è accanto
puliscono il coltello.

*
le pozze lancinanti delle ombre
e dentro l'immergersi di luce
come una mezza frase che per essere compiuta
ha bisogno del buio intinto dalla sua penna d'oca
la metà legata al gusto di sparire.

*
è un bene che fa segno di voltare
la pagina segnata da un dolore
messo lì, un vago fiore
che poi secca, senza acqua
poi risale, stranito dalle pieghe
che prendono le poesie
sulla carta assorbente
e non scrivere disperde
in campanili di ansie.

di visi (anche mali o furori di testa)

maggio 14th, 2011 § 6 comments § permalink

Alessandro Tiarini "Santa Cecilia con le teste di Tiburzio e Valeriano"

c'è il sole, in tempo d'amore
la giornata che è breve.
La luce scorre, portando le ombre
con un guinzaglio di salice
Chi sei è impercettibile
tanto vale un ramo di nuvole
che fa alzare il viso senza ali né filo

*
la testa valica piano
sperando un appiglio radioso
di sole appena straripato.
C'era una tempia
nel fuoco, l’altra piccata sull’albero
Magari servisse come scarico
lungo il collo, direttamente dal cervello
la sua sostanza soffice d'agnello
uscire dal dolore in grazia di un chirurgo
cerchio per cerchio, proprio, in agguato

*
così la fronte posa la cenere e il vento
che dal profondo l'ha udita, nemmeno strappata.
Ma quel sorriso appeso alla ruota
(nella bocca passa il mulino), l'umore salino
che tratta il ciclo dell'acqua scaldando
il suono col fiato, la magia nera
della luce per fuoco. Parti tenere, si accade
o avide. E un dar di baci che sposta pesi
dove sentitamente vuoti.

*
e doppi vetri tanti quei baci
che non si scostano
eppure l'aria un dentro scivola
Pare che gelida la già scintilla
e con poca soglia
la campana della lingua
si faccia sorda.

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