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continuum su “9. Discrezione rosata poetica in m.e.” di R.Matarazzo

luglio 13th, 2012 § 5 comments § permalink

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Se per l’acqua mescolata dalle ossa, se per l’acqua in rosso smossa
sbandierata ai quattro venti, se per l’acqua questi venti caldi
e le ossa nel cambio di colore prendono tutta l’attitudine a spolpare
rimasta nello scorrimento, se non vi è inferno che l’anello bianco
nella congiunzione permetta di avanzare, e se per la polpa stessa come un cane
attaccata a vivere sopramente, se per vanità rosa niente mi scinde, né
per lunghi anni un monte è stato base alla lampada
supponiamo sotto a chi canta, a chi mi avvicina la bocca rotonda
tenerci alla luce, a chi mi divora.
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se ho necessità di manovra, tuttavia, e in eguale misura
pensieri nativi di una certa grandezza
affacciandomi alla porta guardo la mia ombra
appropriata a me, che mi illustra
per questa fiamma nerastra su e giù risorgo
per questo fumo di mondo cado al suolo.
Diversamente non mi separo
sono tutt’uno con il mio bel primitivo
ma questo doppio che mi desse un frutto
dove sta l’elemento nutritivo dello specchio.
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supponiamo la temperatura dello spirito
per il lingotto dove sei colato
Tutto questo: le mani tastano
chi sono, vanno sprofondando.
Ma nessun altro in fondo
è nitido così alle enfatiche.
Cerchie di dita intorno alla sillaba premuta
tengono la noia come un leone la preda
qualche dolore segna la carne come un vestito.
Nella ipotesi di un paradiso da capo
l’ombra ha un pendio, il permesso di essere
il corridoio di un tronco. Per la verità
non c’è simbolo o stato d’animo o punto.
Il particulare su barchette di carta si muove
splende o no, ma non può scappare dal sole.
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la vista un buco dove peschi corporeo
come sul ghiaccio. Attento a non sprofondarvi adesso
rompendo il fango e la distanza dallo spirito.
Lo sai bene, dietro il ramo spunta il sonno
e le pupille basate sull’eterno
infantile hanno deciso: si protrae.
Infine la terra sa di madre, le radici
nel comprenderti hanno un brivido.
Perché il braccio ossidrico e l’amore
tornato con il sole fra le più alte cose va ripetendo
e anche noi nel recinto spieghiamo l’estate col frutto
la mania di grandezza col piccolo.
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per piantagioni di bellezza
amarissima qualcuno attraversa
l’intera realtà può farcela, dà la maschera
e carne e ossa da giorno breve, inerzie
da piccolo pedone . Ma per amore
erbe brille e un temporale, come un fiore
venisse dalle unghie a infiorare
o un malumore di montagne saprofite di sole
con il ghiaccio chiaro in cima che ti obbliga a seguirlo
il vento che non sprofonda con le sue fortezze di sughero
e il vero dolore prende la sua identità di semplice dolore
le cose sono parole, non vogliono replicare.
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La versione originale con il pdf (da scaricare) su neobar: QUI
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Ringrazio di cuore Roberto Matarazzo per l’opera pittorica  e Abele Longo per la pubblicazione
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