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ridotte per singole lettere

giugno 28th, 2011 § 7 comments § permalink


Gainsborough Margaret and Mary

A.
inizio dalla prima lettera
che non avvenga una solida rincorsa
della luce mentre scrivo.
Mi appoggio a un po' di buio
immagino come sempre le parole
con le loro fronde, scure per piccole foglie
il lavorio privato del chiaro
piccato dal segno.

A.
fra picchetti di rocce ho conosciuto un cielo
che non lascia spazio. Infatti il piede e solo uno
l'altro vignaiolo per il mantenimento del terreno
almeno a norma, a detta erba.

A.
L’equilibrio prossimo è stellato
questo ha senso e un esordio di custodia
che non grida, non divora
prende il cielo poi inclinato
nella terra, fin che a raffica somiglia.
Quanto incaglia, scivola profugo.

A.
racconto un sogno
il fiore bianco senza freddo e il bambino
nel tepore salino, non il tedio
rampicante sulla mano. Entrare con le dita
invano. Ti ho dato tutto grida il bambino
cresciuto nel solco di un assoluto residuo.
Proprio l'ignoto afferra per velo, il resto celato
come un amante nell'armadio.

A.
scrivo per essere vista?
Che assurda fretta, fornire la mappa
o la scala di ogni più piccola lettera
il tesoro che cambia se tolto dal ritmo
come un sogno, mortale da sveglio.

A.
la carta nuziale davanti alla mano in abito talare
dice sì, ma non per sempre. Tuttalpiù sul genere:
dalle clessidre, al fiocco di neve
la base è un granello o un piccolo cristallo.
La frase con lo stesso meccanismo
affina un canto minimo e si scioglie

A.
ma qui il distolto è presto da scrivere
e si arruolano lettere per girare scortati.
Quanto alla sbarra della luna crescente
vigila aree senza protezione
scalando ossa di poesie
diversamente si può arrivare

A.
dall'altra lettera scrivo a braccio
debolmente poco, e quel poco finito.
Ti ho detto un bacio e il resto spalancato
tuttavia chiuso con il click come un fermaglio
Tutto va verso un sigillo, la mano per tronco
ha voglia di lasciare.

A.
lettere piccole bambine
la mano comincia a sporgere
con il tono enfatico di una torre
Basta non scrivere ebete in un fondo di nuvole
la cantilena delle voragini che balza fra i denti
massimamente nei limiti.

A.
nove lettere più tardi sono al punto di partenza
la pagina pallida, rimasta sulla soglia
continua a fissare il candeliere delle parole
che con poche vampe scioglie le dita alterne
eseguite alle corde.

crampi

giugno 18th, 2011 § 8 comments § permalink

Villa Medici Stanza degli elementi

*
prima scrittura l'uomo sente che prova
la gabbia atterrita seppure dorata
da un nido di luce. Nessun ala capace
di tenere il tempo troppo a lungo.
Un giorno una riga si fa lampo e somiglia al nervo
prima che i tremiti zampillino e le immagini cedano
la sostanza glabra, a far da limo, fauna o flora.

*
un temporale ancora
molto prima echeggiante
dentro le cortecce del cielo
scorticato quel tanto di vivo
che non sai dove il pezzo affondi
mio – tuo elettrizza in tessuto i capelli
e più notturni i lampi e freddi
invasano gigli di pietra con la lama
la voce bianca che al colmo deriva.

*
ti spinge, vale la pena
posare il piede avanti come un nome
quando deponi la sua chiave
non si sottrae alle figure

sulla carta

nasce un amore per le voci riparate
che di tanto in tanto si mostrano taciute
e a riprova di una luce, un tratto
dove germoglia il ciottolo sillabico.

*
un lampo fra mille temporali
che allagano i confini del crepuscolo
in cambio il fresco e una farfalla di voce sulla strada
la grande parola come fiore levitante
allo stesso modo di isole che dentro le acque
gemellano gli scogli. Onora i bordi
ma più silenzi la bocca piena di lapilli
per cui andare innati e pazzi.

pluviali ovvero erbari che doppi, plastici

giugno 2nd, 2011 § 7 comments § permalink

Klimt il parco

la pioggia lentamente sull'incudine e la cenere
rimasta nelle unghie, quanto stretta dalle forge
corrisponde il crepitio piegato in due
Diventarlo per le vie che si sentono battute
passate in un lobo di vetro e asfalto
all'assurdo di ritenerlo adulto
quando bambino era pieno di bosco
e senza paletto il corpo, né pretesa
di essere conficcato.

*
il padre e la madre, prima di partire
caricano le ceste di parole
e tu diviso equanime nei boschi
leghi i tuoi zoccoli.
Più tardi ancora i morti
parlano le lingue dei morenti
e i nomi ai cerchi
vuol dire nutriti
tumuli di alberi ritmati

*
altrimenti gusci
                   d'ambiente immersi
nelle sceneggiate dei prati
sempre più equidistanti e vuoti
magari piogge variano i cicli
e rettilinee discendono
lavano la mano che è accanto
puliscono il coltello.

*
le pozze lancinanti delle ombre
e dentro l'immergersi di luce
come una mezza frase che per essere compiuta
ha bisogno del buio intinto dalla sua penna d'oca
la metà legata al gusto di sparire.

*
è un bene che fa segno di voltare
la pagina segnata da un dolore
messo lì, un vago fiore
che poi secca, senza acqua
poi risale, stranito dalle pieghe
che prendono le poesie
sulla carta assorbente
e non scrivere disperde
in campanili di ansie.

Where am I?

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