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mi

agosto 9th, 2014 § 3 comments § permalink

 

*

Il mio umore falcia la pioggia e la mette in pace
riscenderà  la fronte un altro giorno e non sai che rumore
il punto buio delle pietre al fiume dove si è gettata
prende vita, si squarcia e si china

la mia fronte è piena, non afferro nulla
tento solo ciò che brilla
della pioggia e casca direttamente al suolo.

 

*

che ritorno all’abbeveratoio! Uno più azzurro: il cielo
di questo momento ha sotto il deserto, la persiana delle mani
che vibra.  Ma sì, la dolcezza è facciale come la luna
deposta sul fondo del pozzo che stia per finire

di memoria madre è piena l’infanzia. Allontanarsi
dimentica o porta alla bocca.
È quanto una barchetta  che pieghi
e nei suoi baci ti bagni.

 

*

dalle foglie cade il vento che non riesce a partire
e io dipendo da uno spiegamento simile.
Fuori dalla rosa del fuoco anche il nulla può pungermi
quanto una spina.  Pesa il concreto:
il lampo ora è nel fianco della montagna
e nella mia testa più di un’ala ha il diritto di crescere.

 

*

ho preso l’aria pura del biglietto ma non riesco a partire.
Il mio fiato disobbedisce le storie vere e non segue la china
di scendere a patti. Non vedo se canta in qualche luogo
per esempio in un sogno o nei tempi che corrono.

Nemmeno ricordo la leggerezza del viaggio
il passo  diviso in due parti uguali,  la ninna/nanna dei piedi
e un firmamento di stelle come pulci che saltano agli occhi.
Provo a ridirti cosa arriva e mi chiude
ganci d’ansia, la terracotta si smuove.

 

*

allora indugio in punta di piedi
mi leverei più in alto delle passioni
che spiritate toccano al massimo la testa

se così disfatta

il tempo cane non la facesse comunque da padrone
spingendomi alla luna quando abbaia e gettandomi
i ricordi come briciole.

la nostra di sé

marzo 20th, 2014 § 4 comments § permalink

O l’eco più interno, dove picchia il martello
intenso nei punti sensibili
uguale per la legge dei grandi numeri
o più fioco (che nevichi?)
quando calmati i suoi strepiti
accosti l’orecchio: un uccello che sbatte
dal suo piccolo trespolo
e non sai se ha perso il bosco o l’abisso.

*

*
un cuore legato alle rondini e allo spazio
un semplice muscolo che ricacciato nel becco
sa che la morte prenderà il suo posto.
Ma per intanto è rosso e attinge all’assoluto
Di questo nuovo nido hanno cantato
e del richiamo qui in volo
rimaniamo noi e un cielo estremo
(non voglio che smetta il suono
del suo elemento nutritivo
di quanto poco sappiamo
del verme nel suo feroce attaccamento)
ma è così che intanto
troviamo un raggio che ci brucia, l’interezza
inquieta, un cuore della notte intriso in certi punti
“Dev’essere mattino” e i timpani, alberi ancora freddi
iniziano a vibrare. “Dimmi a quanta ombra
sei disposta, a quanto fiore”

*

Toccare la tua mano che mi tocca, sempre più alta e bassa
stremati dalla polvere e dalla traccia, infine dalla tenerezza
che trapassa nei frammenti delle storie, l’idea e chi l’ascolta
o addirittura chi ne scrive, con le punte di dita come nugolo
di uccelli al sole.
Ma non è il vuoto, in particolare, quand’anche fosse raggiungibile
o il pienone emotivo che ci lega la mano, ma lo spostarci
sul terreno più caro al primo grido.
Questo un tentativo, anzi un modo per “la nascita del quadro”
che prolunghi il suono e il lago.
Poi perdendo il tempo, l’uno dentro l’altro…

*

al primo aprirsi dei dormienti
i raggi svolgono il cuscino
e il riserbo caro di non svegliarti
lasciando che il tuo sonno perdutamente mi dimentichi
e che spaesamenti candidi infilino il buio
senza traccia di ago.

*

ma torniamo all’amore, sta per spuntare.
Il suo asse terrestre inclina giorno e notte
significa ha sussultato. Ho paura e riso
il sesso dello splendore di rami del ciliegio.
Fuori di me un bacio, per quanto possa
prendere il fuoco e darlo in superficie.

*

*

marzo 1st, 2014 § 4 comments § permalink

 

Amore sii terrestre, non andartene.
Entrambi come bestie o in pieno fiore
attraversiamo il luogo comune di ogni bene
poi ognuno si dovrà abbandonare.

*
ormai chi è nato è nato, può anche finire di strillare.
Al principio non c’è fine, le strade ritornano colline
tavolozze di nebbia lancinante.
Vieni amore mio sotto le palpebre
al buio non c’è niente, lascia il nastro dell’attendere
e pensa l’occhio nel colore: celestiale.
A pochi mesi diventa definitivo, assesta il mondo
lo stacca da sé, piano.

*
scoprirsi soli nella gelatina degli umori
con pochi rami dalle foglie che infittiscono.
Può darsi l’occhio nervatura chieda un frutto
nel tempo spazio della grande madre.
La pupilla infatti adora il pane delle immagini che inghiotte.
Il nocciolo che emerge regna sulle acque.

*
Non che sorgano infelicità
sfinenti, in qualche modo sono protettive
La loro lagna incline alla prima spiaggia dell’orecchio
Venire allo scoperto, avere altre voci
I rami tremano ai giorni profondi dei fuochi
erano anche baci, scrosci, che tutt’intorno dissipi.
*

 

dal dentro in fuori

gennaio 30th, 2014 § 4 comments § permalink

Dal dentro in fuori, la cantilena dei respiri.
Bagliori azzurrini. Piccoli puledri
per il materialismo delle mani
sottoposte agli sfoghi della crosta terrestre.
Come certi metalli, all’aria ossidano
per la maggior parte.
Parola che tremi, e tuttavia che voli
i respiri sono i tuoi mietitori. Morti o vivi
in alto i semi.

*

Tu sei quello che scrivi
rovi e diramazioni
di una fiala spezzata sulla lingua

una segreta formula
della vanità di ogni presa
che mescola urina, acqua di rosa…

*

Parola d’esterno, la lingua un bargiglio
ascoltarsi canto del gallo, non ancora chiarore.

Ecco cosa succede.
A fior di penne o piume
dare alle cose un nome.

Ma solo per la delizia da pagina bianca
la parola canta. E ti tocca, e tu tocchi lei.

su viadellebelledonne

novembre 15th, 2013 § 0 comments § permalink

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un post con una forse due …. QUI

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ancora nessun titolo

agosto 16th, 2013 § 2 comments § permalink


……….
……….
perché scrivere è il buono
pentolino pieno di latte
la lingua seguita da mosche
dove il bianco si contorce
egualmente turbato
dal bollore e dal sonno
la mano trita sul foglio
dove i lati del coltello non arrivano
a smantellare le statue erette dal fluido
e il velo come potrebbe essere.
……….
……….
*
e se fosse tornare al taglio dell’origine
per dire a ricolorare la trama fitta della neve
cosa c’è di crudele?
Poco altro è nuovo colore
la mano preme, il cielo sopra
ogni palmo è una possibile facciata
che ha le linee vitalizie
come mosche avvezze al macello delle bestie
e la nuvolosità dei polpastrelli per inclinare.
……….
……….
*
Oppure procedere
per storie prese come malattie veneree
il viavai delle pagine asciugate dal sole
ecco la forbice del narratore
scambia i fattori “io sono la madre”
e dal cortile di più secolare
sfollando ogni giorno la luce fra l’albero
stenta ad apparire, su foglia che secca la esclude.

Entra bambina senza guarigione
entra negli occhi, incendia i covoni
e l’alfabeto di fossili uscirà dal mucchio
di un amorevole testa dove sta scritto
un lascito solo.
……….
……….

non c’è nemmeno un titolo

aprile 27th, 2013 § 1 comment § permalink

Francisco Goya "Gatti che litigano"

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che tu scriva sotto l’ala sonora
della tua immaginazione o delicatamente sfiorato
dalla nullità e dalla ricerca dell’eterna scrittura
in quella bella fontana, l’inchiostro
ti cade sulle mani in ogni sorta di gattini.
Vedili ancora pigri e poi più risvegliati:
il più forte soffia, si azzuffa, graffia
le dita senza alcun motivo.
Lo segui come un piccolo tesoro, ma poi tutti
giocano coi tuoi nastri.
Lecito affezionarsi, ti fidi di loro
cerchi di tenerli vicini al segno.
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poi non c’è altro modo: anche l’avvoltoio
preserva i propri cuccioli. Vorresti poterli grandissimi
ma non escono dalle immaginazioni e le mani
sono forti con i deboli, attraverso gli alberi
strappano un fiore. Tremenda condizione
per ogni vento, petali da separare.
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*

poi, poi non sei libero, il piede
è legato a quell’altro, la mano
all’assunto che ha scritto.
Forse così voli basso, però nello spazio
la voce cerca contenzione
un orecchio su cui sbattere e tornare
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*

ma andiamo per via che sogno
in me si tenda l’arco delle sillabe
per parole ho speranze e spinte
di me che sto parlando invano.
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A quest’ora anche l’asfalto è un suono
volati, non si rientra nel filo
e chi mai sentisse un grido, al pari
della neve sciolto al sole, come un lungo
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verme si proteggerebbe.
Con la pagina bianca, la sua calce
nel silenzio solidale.
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Così lo spiegamento innato delle piume
dal becco la materia fetale
lisciarsi bene per bene, poi col becco arare.
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al tumulto del nodo
non manchi. “Io muoio a seconda dei venti”
dici, e dall’uno all’altro i balsami
dalle erbe dei defunti
sono la voce frondosa del coro.
La tua mano invece preferisce l’approdo
il tono piano del cerchio.
Perfetto
non ci salva dal varco
ma chiude, si getta di testa nelle campagne.
È un grave
che casca nelle tenebre e che appena uscito dalle caverne
sente le belve camminare lungo la spina dorsale dei boschi.
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su neobar: dedica

dicembre 10th, 2012 § 0 comments § permalink

SU NEOBAR: DEDICA   (un piccolo ebook)

Grazie Abele!

inizio dal padre

ottobre 20th, 2012 § 7 comments § permalink


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per molto tempo a venire
eri la bambina alla destra del padre
con il dolore non ancora trattenuto
un gran bello spreco che non si volgeva
mai indietro, o più per il bacio, per buono
davvero, nel dualismo umano. E poi di sicuro
altro tace la fotografia sullo scrittoio: l’uomo
porta in sogno qualcosa di invivibile e
prima di versare lacrime
la necessità di compiere qualcuno
perseguita, e più caro parere di esserlo, dominio.
Il che se dovesse, che razza di interezze
schiudono gli edificanti occhi da latte.
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con gli anni in me cresco mio padre
non per intenzione, ma per il giusto potere
conferitomi dal suo (come casa, pendio
ombra che dal vivo non si arresta
né ritenuta adatta, ma che una volta in testa
rimane un nesso legato all’inizio, ancora indifeso
giù nell’abisso). Intendo, c’è il bambino
potrà amarti o meno, ma ugualmente ciò che segue
ha la mia filiazione. Si tratta anche di parole
che fanno tornare e delle montagne, ovvio.
Ogni volta che mi sono persa intorno
questo il primo luogo, anche se in preda al gelo
altrimenti quale sarebbe il dominio.
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[e lui, in me, di sicuro
come di un gesto – posso fargli questo?-
che trattengo nel braccio. So quanto forzo
e tremo e riporto. Non mi separo
dopo averlo freddato, m'insinuo].
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ma per un albero solo l’attaccamento
tu mi dici il pino cembro ci mette
a diventare adulto, non guardare presto.
A volte occorre togliersi dal varco
passare le mani, la folgore delle vene
sopra i pugni.
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Ma per un albero solo sta lì piegato
tuttavia nel beneficio, per esempio il sole
con la sua verità ingrandisce le vene.
Gira dunque un fervore ambidestro, come un convoglio
è scosso. E poi l’eterno cerchio che ci regge non grandissimo
in breve l’amore di noi stessi accarezza il dorso.
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in breve, la fiamma di noi stessi, che tu vedi e passi
sospingi gli occhi, i fuochi incerti bastano a ferirti
e dal profondo i sogni come bambini
lanciano luccichii. Un giorno tutti
nel gioco debbono entrare o perché intorno al giocoliere
un nonnulla trattengono il fiato. Dadi in proprio
provare a riprendersi tutto. Il sole è un tappeto aperto
anche molto comune, l’occhio fruscia le sue piume
ma in quanto a rifrazione…
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è che rinascere da poche parole
il vento sentirlo e non solo
per l’osservazione del pettirosso
che apre il suo scatto: oltre le ali
è detto, tende più in alto.
Del resto, niente è pronto: il sole un gorgo
di luce sopra foglie rinsecchite, il riparo
una catena di montagne ombreggiate
e il tuo stesso profilo è un monte
pallido per il ritorno all’origine
ma tu sai confondere la parola che vi sale
dalla bocca come sotto una pioggia di cenere
e dici quante forme hanno i rami
sotto il mormorio dei frutti maturi.
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continuazioni di agosto

agosto 31st, 2012 § 2 comments § permalink


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per una storia prepara la pianura, la primula
di gola che se ne ricava. Ma la terra è nera
sul bianco dei denti principianti. Adesso stringi
esce un filo di collina
un uomo che in alba o via di sua inflessione
dà all’occhio tessitore il proprio cerchio infernale.
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Ma il nulla è già al portatore
gli viene detta la caduta in fuori, nell’abisso
come l’ossessione del guardiano che gira le stanze di uno
a scacciare l’intruso. Ma la percussione non è di palmo locale
esattamente di cantico interiore. C’è del cinico e del
sussulto più epidermico, come una forma diffusa di specchio
e di attracco porto a porto.
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o in tanta selva disfatto
per indugio e struggimento
il cervello piccolo chimico
della bella bestia inclina
a una sola mistura
girando nella voliera
fango fango della sua tela
ma senti che suona
fra carne e ossa
come una foglia secca
la parte di una carezza
o di un colpo che stacca
una parte al tutto che si ricrea
oh alla fiera
che è nostra causa
di filigrana.
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o alla moviola.
Com’è la terra che aspetta foglia dal microbo soave
per esigenza di creazione
tenendosi alla prima personale singolare
entra ed esce dalla carne nel proiettile delle fioriture
e questo devi averlo toccato, anche sul guscio
che la fiamma riverbera vuoto, e il fuoco stesso
vivente di ramo in ramo, in mezzo al nero, sa
di essere dentro il mirino, tra mille fogliuzze
come la bestia di scaglie che monta il cielo.
Al solito, dunque, senti invano: il tuo Dio si esercita da solo
l’azzurro è puro, dà capogiro e le nuvole di alluminio
tremano, in vivo al colpo.

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[ testi a continuare quelli pubblicati da Fiorella D'Errico QUI ]

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Grazie a Fiorella D’Errico

agosto 4th, 2012 § 0 comments § permalink

Sono sul suo Blog  “Passaggi d’anime”

QUI

Grazie Fiorella!

continuum su “9. Discrezione rosata poetica in m.e.” di R.Matarazzo

luglio 13th, 2012 § 5 comments § permalink

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Se per l’acqua mescolata dalle ossa, se per l’acqua in rosso smossa
sbandierata ai quattro venti, se per l’acqua questi venti caldi
e le ossa nel cambio di colore prendono tutta l’attitudine a spolpare
rimasta nello scorrimento, se non vi è inferno che l’anello bianco
nella congiunzione permetta di avanzare, e se per la polpa stessa come un cane
attaccata a vivere sopramente, se per vanità rosa niente mi scinde, né
per lunghi anni un monte è stato base alla lampada
supponiamo sotto a chi canta, a chi mi avvicina la bocca rotonda
tenerci alla luce, a chi mi divora.
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se ho necessità di manovra, tuttavia, e in eguale misura
pensieri nativi di una certa grandezza
affacciandomi alla porta guardo la mia ombra
appropriata a me, che mi illustra
per questa fiamma nerastra su e giù risorgo
per questo fumo di mondo cado al suolo.
Diversamente non mi separo
sono tutt’uno con il mio bel primitivo
ma questo doppio che mi desse un frutto
dove sta l’elemento nutritivo dello specchio.
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supponiamo la temperatura dello spirito
per il lingotto dove sei colato
Tutto questo: le mani tastano
chi sono, vanno sprofondando.
Ma nessun altro in fondo
è nitido così alle enfatiche.
Cerchie di dita intorno alla sillaba premuta
tengono la noia come un leone la preda
qualche dolore segna la carne come un vestito.
Nella ipotesi di un paradiso da capo
l’ombra ha un pendio, il permesso di essere
il corridoio di un tronco. Per la verità
non c’è simbolo o stato d’animo o punto.
Il particulare su barchette di carta si muove
splende o no, ma non può scappare dal sole.
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la vista un buco dove peschi corporeo
come sul ghiaccio. Attento a non sprofondarvi adesso
rompendo il fango e la distanza dallo spirito.
Lo sai bene, dietro il ramo spunta il sonno
e le pupille basate sull’eterno
infantile hanno deciso: si protrae.
Infine la terra sa di madre, le radici
nel comprenderti hanno un brivido.
Perché il braccio ossidrico e l’amore
tornato con il sole fra le più alte cose va ripetendo
e anche noi nel recinto spieghiamo l’estate col frutto
la mania di grandezza col piccolo.
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per piantagioni di bellezza
amarissima qualcuno attraversa
l’intera realtà può farcela, dà la maschera
e carne e ossa da giorno breve, inerzie
da piccolo pedone . Ma per amore
erbe brille e un temporale, come un fiore
venisse dalle unghie a infiorare
o un malumore di montagne saprofite di sole
con il ghiaccio chiaro in cima che ti obbliga a seguirlo
il vento che non sprofonda con le sue fortezze di sughero
e il vero dolore prende la sua identità di semplice dolore
le cose sono parole, non vogliono replicare.
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La versione originale con il pdf (da scaricare) su neobar: QUI
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Ringrazio di cuore Roberto Matarazzo per l’opera pittorica  e Abele Longo per la pubblicazione
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su una città

giugno 18th, 2012 § 8 comments § permalink

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……………[il custode dei marmi. discorso immaginario in San Salvatore]
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uno che arriva a crescere cura
senza copertina d’infanzia, ritagliando
il narciso turistico, il marmo nero che supplica
di risalire la strada.
È questo paura che la città scompaia
/ vita tanta tagliola /
a mettere fuori la testa. Clessidra nostra
la polvere sosta senza mai equilibrio.
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……………[il custode della scrittura che penso]
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C’è sempre qualcuno – più d’uno
che riporta ogni grano che sale la china
la ripetizione, come una pugnalata, della scrittura.
Ecco che cala, posa la valicante spalliera.
Fervidamente la gioia
da racchiudere come il mare le uova dei pescherecci.
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tanta barocca in marmi pieni di traccia
che come rospi aspettano un bacio trasformante di sole
e sopra terra va e viene la vena fuggiasca di paure
la reticella in serbo del potere.
La mente infatti si è data un padre da cui discendere
ma tutto a mamma polvere e fra le pietre
l’alzarsi d’anatre della luce
e seguirne il volo, dare ascolto, agitando le mani
nient’altro.
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ma nel mercato dove mi eclissa l’intera riva d’orto
porto la mia infanzia del bosco, ma a dirla, allo stremo
non c’è luogo. Ora, mie care foglie siete uno spago
come i frutti e le grida dei venditori dai colori forti
come gli insetti prigionieri, forse ospiti, fra le piume
Il coltello che scintilla in sé riunisce sole e neve
ma fuori rende le carni, espone.
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Ora per la gloria immemore degli insetti
senza accorgermi è questo ammasso al vento
più origini suggestionabili poi convivono.
Capirlo o nemmeno, anch’io disposta sul mio bell’amo
faccio voce, vengo alle nervature più ostinate, a foglie bene.
Ora, la domesticità è seme e, conseguente, la città che scende
profonda fino al mare, su è giù case conchiglie e fin banchine.
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animalamare

giugno 10th, 2012 § 2 comments § permalink

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tutto nel lasciarmi prendere è estate
e la distanza dal sole che si riconosce
essere altissima sorgente, avvicinarsi oltre
le punte di colore, stringere brulicare
della bellezza madre, la tua barba
che sfregando mi arrossa come un colpo di sole.
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*
[il tuo gesto si inscrive nei cerchi
che gli amanti da sempre millenni
scostando la ciocca di capelli
fino ai luoghi più impervi dormirvi
fuori culla il raggio che estranei]
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nello scuro dei monti
fra i miei capelli barcolli
e non sai se gli inverni hanno lasciato
picchi nevosi per il tempo che passa
(è fra noi e pronuncia le ossa)
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Così una coperta di terra è materna
ti tiri i miei capelli sul viso, grato
di essere stato raggiunto
e come un cuculo adesso il tuo gesto
nel nido, senza la forza di andare, riverso
.
poi di nuovo è un qualunque ragazzo
con il busto proteso.
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*
Il sole nella ripetizione della sua nave gialla
agitata ampolla che nel dormiveglia alterna
i nostri spazi lenti e la dinamica dei sensi
pronti a moltiplicarsi
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e piano con i propri zoccoli su queste teche d’oro:
il ciuffo dischiuso del mattino (sia il mio che il tuo)
è un piccolo puledro.
Strano, premendo dolcemente, riportarlo a inchiostro.
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……………………………………[infine nella valletta...]
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sei qui. Adesso. Il bacio come un cerbiatto
che io avvicino.
Ma guarda , l’infanzia risponde
in modo eversivo, e in qualche punto
del buio, si mette avanti – e indietro -
mi porta ad un abbellimento indolenzito
Quanto poco domestico questo bacio
sacro accerchiarlo.
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[Anche l'autunno del tuo petto largo
mi trascina nella sua cascata.
O la nostra durata – da bocca a bocca-
una volta sola non basta.
Se fosse una freccia non smetterebbe di puntare
e il tempo non capace più di marginare]
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postumo ventoso

maggio 18th, 2012 § 8 comments § permalink

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[le tue mani, femmine che partoriscono lo scrivere
non una scrittura piena dal cordone, poi deriva
ma una breve mosca, in cerca di risposta
che alla dolcezza si appiccica e alle ombre sulla carta]
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Una notte sospesa alle foreste, l’uovo di mondo
della luna. Non c’è infatti fibra che sottoposta
a calco lunare non diventi interiore
o, perlomeno, venata in ciò che muore
non riprenda l’alto mare dell’albume
per farsi rosso vivo. Un esempio è questo scuro
venire dalle ombre, per poi uscire
delicati alla frantumazione.
Onde, montagne, È un turno terrestre, amico
ruota bene.
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del resto più colore è invano
spalmato lungo il filo, poi confonde
le lenze e il piano nobile, fa giungere
il nervo implicato con il bianco
poi alveo del papavero solare
crescente oppio miele.
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ma la discesa è infera stazione
lì si percorre il raggio minore
del singolo bagaglio
portato come anello
chissà dove che lega
o quanta bellezza catena
senza effetto di chiave
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intriso nella carta
prendi in custodia ciò che sgorga
che non sia troppo fredda la linfa di sambuco.
Come giocolieri le parole hanno spostato
le mani verso più sensibili tendoni
esibirsi o bei liberatori
con la consegna delle chiavi
o altre pulci, spiriti buoni.
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pose

aprile 29th, 2012 § 5 comments § permalink


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Ecco fra i vari trascorsi che lasciano i boschi
obliqui alla calma, la sera scurisce l’ortensia
dell’aria sopraggiunta, senza rinuncia
alla materia fredda, di colpo alla finestra
nel buio primordiale. Ma prima che scompaia il sole
prima delle nostalgie, prendere le parti dell’amore
e delle sue radici giulive, andare sul filo di montagne
chiuderlo da sé, quel pettinino.
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un tempo di alberi che tengono i tronchi allineati e soli
di tutti i colori il rosso è quello che brucia.
Ma anche che indugia: l’ape focaia è parte della pietra
nel presentimento di un’arnia spezzata
benché i soldati sigillino il luogo originario
e il segno stesso ceda l’abbaglio come un qualsiasi castello.
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Piove silenzioso che il cielo sembra poco
non per proteggerlo, prima di partire
hanno decapitato il bosco, la radice del liquido
-da orecchio a orecchio – adesso scende
la moneta bifronte di cui sei ospite
gira la sorte, nel moto del sole
la casa si chiude e come calare
la rosa sfiorata che si sottrae.
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di felicità a dipingere, ma non sei felice
la mano indocile sofferma il mare
avvertendo il piccolo morire
di un’onda che procede, nera
dove annaspa il piede, o bianca
Che sia nella sua mandorla, a te che incute
la messa in ombra del chiarore della specie.
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varie stagionali

aprile 10th, 2012 § 7 comments § permalink


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ma ad aprile la piantumazione
arriccia la terra di talee e molti
sognano il trapianto di venticello
o comunque di mettersi in salvo
perché la casa in autunno
bene o male ha un suo angelo
un’ala di basilico custode
per ore di materne dottrine.
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le posate tolleranti, più le forbici
per il taglio dell’agnello.
Visto di seguito il pranzo portò ognuno
ad usare il mezzo più conveniente
oltre la zona di riposo della cenere
e a una serie di spasimi bambini
baci anche sulle rubizze, a più mani.
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passino i più cadaveri sui baratri dirimpettai, che i fiumi
e dai balconi aspergi il concime ai novelli gerani variati
a novembre in crisantemi per la colorina della via, che in bocca
alla ragazza diventa una fiaba sonora, dimostra un’ape operaia.
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posa la testa in un cielo piccolo
chi ci vive come un insetto cerca l’opposto
un universo amplissimo, mai ricordato.
Ma di un profondo immaginato
non trovi l’inizio, man mano ridotto
in un pennacchio di sole, incessante natura di sciame.
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sembra, seguire la fila delle stagioni
pertanto che rodi il tuo turno.
L’orbita diventa un assalto come
trovare un posto in parcheggio o il centro
nostalgico, mentre un vento contrario
continua a smarrire ipotermie sotto il sole
e con sotto i libri più cari a bruciare.
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grazie alle alte leve, ma non servono per le tolleranze
piuttosto le spinte delle foto di gruppo
stai attento a quel tacco che batte e schiaccia
a quella posatura di faccia senza spargimento di sole.
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