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ma (un po’ in fabula) continua

febbraio 16th, 2012 § 2 comments § permalink


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Uno sul traliccio del vissuto
nel buio che potrebbe già cadendo
avrà girato come un falco abissale
avrà, preso per fame, e poi abbagliato dalla neve
in picchiata di pensiero: terra, salvo luogo.
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ma attraversare il sogno, poi ti sveglia
e nella lunga terra, davanti, ansiosa
nella terra dove poi si posa la prima pietra
tolta, come il pane, dalla bocca
ogni stella appena sorta, poi riflessa
edificante il rosone delle mani.
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ma osservare il padre con la cecità della neve
che rende i fili impassibili alle mani, uccellini
per contatto impigliati. Appaiono edifici, grandi fuochi
portati dai cacciatori musicali, e quali nodi
per tendere le reti, da bambini
si impara a lasciare le briciole sui davanzali
per attirare i becchi con i bagliori.
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Ma poi il cappotto copre o denuda
sotto non c’è calamita né piuma
ma la pelle già che rischiara
lungo la strada l’andare frontale
la melodia della neve.
Altro subentra al cuore
le montagne con le visiere
di amido fin dalla nascita
e l’analogia con le spighe
il bianco come l’oro del seme
che abbaglia, fa smettere di respirare.
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su vdbd

febbraio 10th, 2012 § 0 comments § permalink

Grazie Narda, grazie ancora Anila

QUI

manus in fabula su Clepsydra

gennaio 18th, 2012 § 3 comments § permalink

Grazie di cuore Anila!

mani rese

gennaio 10th, 2012 § 6 comments § permalink


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Quanto andare per tensioni
mani nella sferza delle molle
e dove ti pensi, quanto più tirato, inafferrabile
arriva lo spezzarsi degli anelli
nervi come cinghie slabbrate di satelliti.

*
ogni tanto la morte mi coglie in mille faccende
al più sopraggiunge, prendendomi di fronte.
Di prodigioso nessun segnale d'allarme
vicino all'argine continuo a piegare le calze
o cose del genere. Però le dita rimangono morbide
non tocco, né sposto il cadavere.

*
è che nessun raggio mi corre
passa le bende, tira le mani.
Non ci sono interruttori
e i pianeti prigionieri arrivano
in ritardo dal passato
come un suono di grammofono
come un bacio
che ti riporta dolce nel vano.

*
le mani atterrano per prime
e dopo che cadute, continuano a salire
(in alto un cielo minore che pesi poco come la neve)
ad un certo punto della creazione
fatte non per splendore, ma per posarsi  ovunque
api di polvere in polvere. Beato polline.

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auguri insieme

dicembre 29th, 2011 § 6 comments § permalink

dove come perché

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dentro la storia si afferra una piccola zolla
che dopo avere viaggiato e a lungo sentito
non poteva bastare. Ali abbandonate sulle sedie
cautamente quotidiane, fremono ancora prove
e a seguire
vento che non sa dove squarcerà lo spazio
non ancora stretto.
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E come sarebbe anni dopo il padre
siede con il figlio nell’incavo
del piccolo centro, non trovando odore.
Temporale è il sole e rientra nell’origine.
Non c’è falso d’immagine sulla panchina
perché terrena la madre diventa grande
e ogni morte imitante ne stringe una
l’uno sull’altro, l’onda la riva
c’è qualche riparo all’insidia
la terra salvata per mano per strada.
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E come sarebbe l’architettura di un uomo:
al luminoso perché ognuno appartiene
ad un vento intensivo, non a un piano regolatore.
È autunno, spira da ovest, con tutto il suo guanciale
vita e morte insieme si soffocano di premure
e in questa illustrazione ogni permanenza in fiore
nel petto le strettoie dove le radici pescano e creano disturbo
udite udite il dubbio: il perché di un mondo curvo.
Come da tanto spirito.
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appena di neve

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Da un lato l’ala sepolta è il primo indizio
per chi con la lampada cerca sotto il chiarore
la mano dalla ferita inguaribile è appena sopra la neve

l’altra che è più reale segue il dolore.
Invecchia con il bambino che ne raccoglie le piume
e le conserva nel libro.

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di più, ti è chiara la neve
che imbeve il fogliame dei tetti
a lungo in preda a noi stessi
per non spezzare la casa
E sotto la franca distesa
non già compagnia nebulosa
dei cari superstiti
ma il vestimento di oggetti
tramandanti vivi, presi in ostaggio
terreni.
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poi sull’altro versante i bambini turbinosi
sbucano dai cappelli, scivolando di neve
coi sacchi per l’immondizia
questa la fanciullezza inamidata dal ghiaccio.
Dentro il calore scomparso il fuoco è possibile
inaugurato da un semplice soffio di un astro
di un polmone che rosso, quando è piccolo
tieni avanti la sciarpa o la mano per non perderlo.

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su neobar il post con pdf di tutti gli Auguri scomodi

su viadellebelledonne il pdf Albero del futuro con tutti i rami poesie

I nostri baci animali semplici

dicembre 16th, 2011 § 7 comments § permalink


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Un piccolo regalo mi dici. Non mi ubbidisci. Dovrò riempirti di baci.
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Mi resta accanto, mi tocca dentro senza la vastità di farlo
nel giorno d’inverno viene per primo tutto ciò che è freddo
ma fuori, aggiungo, se fosse un boccio
le radici sarebbero al coperto, come il particolare
del corpo amato sul letto, il potere di stringerlo
con tutto il bianco e la vanità del caldo.
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*
anche il tuo bacio mi preme e le labbra
in rara compressione dicono il mare
ceduto dalle scogliere e tornato alla fine.
Mi può giungere, è il tuo fragore
induce il tempo a diverse aporie
bianco, poi calmo di ninfee.
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*
l’uno all’altro
afferrati nella felicità corrente
allora è vero: nelle mani non c’è più sangue
sono immerse nelle forme e colgono ogni fremito
caduto in mare.
Diversamente che ci appartiene
l’impero di una semplice goccia senza lune
dispersa, che non hai saputo attraversare
troppe distanze, invero sprigionate immense.
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*
non c’è ritmo che possa contenere
lo sproloquio punteggiato del nostro piacere
la furiosa altezza della mia gamba alzata
il suo comporre nativo l’elemento musicale
Perché ha un nome e ci tiene assieme
ma ci conosce ancora poco e il bel sentire
non mette le parole fra le cose semplici.
I baci arcaici quelli sì sono pulci
pungono il corpo e lo rendono sfrenato
.
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*
dentro il tuo bacio si sogna
immersi di fronte al diorama
stregati per questo
la lingua gira il sangue fresco
ripetendo il meglio come un pappagallo.
Anche la notte è un globulo
legato al sole cardiaco.
Non è detto sempre solo intenso
e che tutti i baci giunti vi si addensino
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*
che le nostre labbra ci catapultino in ogni angolo riposto
come se già non fossimo anche qui dilaniati.
Solo che a stare felici non si dilaga come topi
si rende il luogo piovano e con delicatezza il bacio
affonda nell’intimo regno.
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ridotte insieme ad altre

novembre 16th, 2011 § 5 comments § permalink

altre ridotte (di poco notturne)

ottobre 23rd, 2011 § 6 comments § permalink

Rembrandt  filosofo in meditazione


 

                             [Introduzione]

nel dormiveglia, prima del sonno della stanza
la zona d'ombra nei colori della palpebra
e poi in sequenza tutto ciò che fluttua vegeta
un pezzo di lingua, l'esistenza larga
dopo una curva, l'inerzia della vampa
i margini del sonno che non garantiscono nulla
agganciano la notte come cuffia. In circolo
anche la propria storia, liquida, contrasta
e sotto la tunica del cielo nessuna stella pizzica.
Ma l'estraneità è una bestia che con due fili d'occhi
fulmini, o ti attraversa (non fare quella faccia).
Per il rumore dei camion anche la poesia è scomposta
:

A.

Tondi dove la notte avvolgi
del nulla e diventi un cammeo
issato sul luogo, un vessillo che ognuno
può agitare nel sonno. Più tardi il risveglio
il prendere posto all'appello, quando
la realtà offre i suoi spicchi d'arancia
tenuti d'aria, senza nessuna pazienza.

A.

i globi oculari dai quali salpano uccelli
immersi nel sonno, tornando
il ramo del ciglio o l'ulivo
che adesso appare curvato.
Qualcosa è accaduto e tintinna nel becco.
Come lo sguardo apre il colore
le palpebre rubano tele
e dietro il bianco la pupilla ripassa
col suo ago di bussola
puntato, da torcia.

A.

Appena urtata la carta si inabissa
e il rapido scuro comincia a scorrere.
Le mani chiuse non tengono il mare
attaccate al bene neanche a volerlo
semmai cospargono il foglio
o nel bagliore del polso lo riportano su
bianco come il ghiaccio. Sprofonda di getto
altro fermare, ma le lettere chiare
e il suono non preso, non voce che il moto.

A.

Cresciuto giorno per giorno
dal seme fulmineo, da quel minimo sonno
ha aperto all'oggetto. C'è un certo tipo di orecchio
fin che la voce interiore fa un torto. Chi sei
al mondo nel mucchio, che trovino un ritornello!
E poi nel foglio più pallido, per tutto l'intelletto
dritto un abisso, puntualmente un sondino nel petto.

A.

è l'incontro che appare
già accaduto, un cielo
ma diviso, sopra e sotto
e il sole nel suo flutto
sul registro
cerca le guance delle pietre
poi promette
di non finire nelle strette
dove il cervello rimane per poco
soffice, odoroso.

A.

rose come corde tese
multispine al celestiale
appassimento. Non bordo
che reciso a stento
slabbra ansioso
ma polmone chiuso
che con due torsioni
riempie di sangue il collo.

A.

tanti saluti.
Le labbra frasi che non riescono a staccare
la città virale quartiere su quartiere.
Febbre delle solite tossine, la lingua facile
e l'infilar che soffre, sicuro proiettile.

ridotte amorose

settembre 29th, 2011 § 10 comments § permalink

De Staël senza titolo (per Renè Char)

A.

Questa sera che la prossima bellezza ammira
mentre riannoda le tue alle mie braccia
questa sera non ancora esausta, a nulla priva
più della gioia o dell’insonnia di una stella
(il nostro bacio la cupola dove attirarla)
questa sera che spoglia l'uomo nella donna e viceversa
quando poi si desta, scoprendo che le braccia
hanno una taglia piccola, ma sono due gocce d'acqua
ancora trasparenti .

A.

Spazio di noi, ingenuo. Emergiamo al mattino
con la testa enorme, spiccata sul muro
la lancia di luce, quasi sollievo, pronta allo scatto.
L'odore di sesso morbido come un ramo di salice.
Da qualche parte si scava il centro dell'iride
e nell'alleanza riconoscibile questi siamo tu-io
che il denominatore apra gli occhi al cielo.
Il nulla è anche un rilievo, se sezionato esclude
se non c'è manca o troppe tele credendo a noi
stringono il cuore.

A.

Tu dall'inizio
che hai amato in petto
il fuoco arso
ma non quando è fisso vaghi nel mare
né allora le angosce
suonano il pianoforte delle vie
oppure
i giocattoli di neve sono posati
accanto ai vestiti.
Dal treno rivedo i luoghi infuocati
noi che bruciamo
e il cielo che se ne esce
candido come un bambino.

A.

un solo foglio e la tua voce illuminata ha la canzone
di quale profumo, sapendo di morire, depone il sale.
Aspettami nel luogo di origine – oh alla fine -
al biancore si potrebbe, le mie labbra curve
cinte le tue.

ridotte 3

settembre 8th, 2011 § 8 comments § permalink

"Adamo dà nome agli animali" (bestiario di Aberdeen)

A.

di nuovo non resta che scrivere
mescolando la ridda in fatto di nuvole
perché ciò che trapela al bambino scrittura
dal cielo del ventre, rosso come da sotto la ruggine
cerca parole carezze, sottratte, di non lentissime.

A.

per l'assoluto tendini finissimi nei margini
scattando come insetti sull'asola dei gesti
andar per fiore

e come ci appartiene ogni più piccolo legame:
il corpo di moltitudine serale e l'ombra una cinghia
veggente che si allunga, non tanto di catena sciolta.

A.

pura fantasia per trauma
un colpo e la specie prediletta
casca al sommo della frutta
natura morta che la tecnica non spiega
ma impressiona e immortalando impara.

A.

sbava sbava
la lumaca della scrittura
allineandosi per margini
e fili serici
la grafia dei tetti separa alati
e versi propri gridano a casa
finita l'era di bocca in bocca
ora sta stretta.

A.

Arrivo, nella pioggia non mi separo
la paura del tuono avvolta al bambino
che percorre il sentiero col flauto
e giù l'acqua suonando

nel grembo sono libera di andare e venire
per memorie e colore, se serve, sanguinare.
Forse la via più breve, che non sopporta il sole
il pallido baco da seta delle poesie.

A.

fin dove il tetto allunga alla rondine
il becchime delle piogge profonde
come tu stessa hai gridato
all'apparire del vuoto ogni fatto si è disciolto
e la mano in bilico
non trova più il gesto, né il compromesso
l'orrido intatto.

A.

ecco la portata della luce estiva
sotto di essa vibra il ticchettio dei topi
legato a quello dei poeti da trappole e buchi
più notturni suonati fra felci di strade

Ripetere ciò che afferra parole
quando il silenzio delle schiere
bianche e prigioniere invade
girando la chiave a seconda del lume

continuare a squittire.

A.

intorno la voce sottratta al pari di una lucciola
che la mano insegue prima della morsa.
Ma lascia perdere la forza e il cavo delle dita
così che luminosa e insegui e non sei cieca.

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